Non mi capita spesso di fare questi incontri quando sono di ritorno nella mia città, mai avrei pensato di sentire storie in prima persona che ti lasciano pensante, con tanti punti di riflessione, con tante domande e con l’amaro in bocca.

Ho incontrato Hikmet durante una mattinata mentre eravamo di servizio e stavamo raggiungendo Riccia, un paesino non molto lontano da Campobasso. Io già dal nome mi accorgo che in realtà Hikmet non è di Campobasso per cui domando subito da dove viene. “Vengo dalla Turchia, precisamente dalla parte sud della Turchia, la zona del Kurdistan, quella che sta tra le montagne”.

Spesso quando faccio questa domanda provo sempre ad immaginare il contesto dal quale viene la persona con cui parlo quindi, ho iniziato a visualizzare queste montagne di cui mi parlava. Inutile specificare che il nome della città l’ho già dimenticato, sono una schiappa a ricordare i nomi, ma quello che succedeva in quella città mentre Hikmet era solamente un bambino, quei dettagli non si scordano facilmente.

Hikmet mi spiega che sono ormai più di 15 anni che si trova in Italia. In effetti non ho problemi a conversare con lui in Italiano e allora gli chiedo subito come si trovi qui nella mia città di origine, ma soprattutto, come sia arrivato. E quello è un altro dettaglio del racconto che difficilmente dimentichi e che rimbomba nella tua testa.

“Io vivevo nella parte dove ci siamo noi, I Curdi.” I Curdi sono un gruppo etnico che si trova per la maggior parte in Turchia e che godono di una propria identità culturale, linguistica e che per la maggioranza è musulmana sunnita.  

Quella domanda ha aperto una finestra di ricordi, e così mi racconta che significa per un bambino vivere nella Turchia del Kurdistan dove il rispetto per la comunità è assente.

“Sai quando sei bambino e vuoi giocare, e noi con quello che avevamo giocavamo per la strada.” Una notte eravamo in casa e con i miei amici, accendevamo e spegnavamo la luce in continuazione per puro divertimento. Allora i militari sono entrati a casa e hanno portato fuori mio padre. Ricordo che mio padre tornò a casa sanguinante, dopo che era andato fuori con i militari. Loro avevano chiesto a chi stesse facendo segnali”.

Tutte azioni che in realtà mirano ad opprimere la minoranza Curda e a negare la sua esistenza.

“Mia mamma sapeva parlare solamente Curdo ed essendo vietata la lingua non poteva andare neanche dal dottore perché non sapeva come comunicare.”

Tutta questa storia ha fatto crescere tanta rabbia dentro di me, perché Hikmet aveva passato tutto questo per causa della sua identità che è stata ed è tutt’ora causa di conflitti armati in molte altre parti nel mondo dove la gente è costretta ad abbandonare la propria casa, le persone più amate e voltare pagina così, da un giorno all’altro.

“Dopo quell’episodio, dopo che mio padre aveva subito quell’ingiustizia, allora decisi che avrei dovuto far qualcosa e mi sono unito al gruppo Curdo del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK)”. Il PKK è nato per per combattere contro le persecuzioni della minoranza curda e per l’autodeterminazione della regione e del popolo curdo. “Appena entrai nel gruppo, ero convinto di voler uccidere le persone che avevano ferito mio padre, ero un sacco arrabbiato. I compagni però mi dissero che se avessi utilizzato la forza, sarei diventato come uno di loro e io non volevo diventare come loro.”

Da che Hikmet era uno sconosciuto non appena salita sulla stessa macchina con lui, la mia percezione nei suoi confronti cambiava ad ogni parola e racconto.

“Ma come sei arrivato qui?” Pensavo di aver sentito la parte più triste della storia. La verità è che la conversazione andava avanti e i ricordi riaffioravano.

Dopo aver partecipato attivamente alla ribellione contro il governo centrale, sono stato imprigionato e torturato dalle autorità Iraniane. Sono arrivato ad un punto nel quale non c’era ritorno: mi hanno fatto scegliere se arruolarmi nell’esercito turco, andare contro di loro oppure lasciare la mia terra.

Con un barcone è arrivato in Calabria e poi avendo tanti fratelli e conoscenti in Germania, dopo aver richiesto asilo-politico ed ottenuto il permesso di soggiorno, è riuscito ad arrivare lì con la moglie. Mentre era in Germania ha conosciuto una Molisana che l’ha messo in contatto con dei proprietari di casa.Ed ecco che Hikmet si trova qui, seduto vicino a me nella macchina a raccontare la storia che lo ha portato fino alla mia città che ormai è anche sua.

Hikmet rappresenta uno dei quasi 80 milioni di persone che nel 2019 sono fuggite dal proprio paese per persecuzioni politiche, religiose e\o razziali. Le stesse persone che tante volte vengono viste con superficialità e da una prospettiva molto lontana.

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